COSÌ È ANTONELLA, PER GLI AMICI REGINELLA, SÌ, REGINA DI SOLIDARIETÀ

Ciao Triathlete, sono Reginella, “diversamente” triatleta, nel senso che sono una di quelle che fa classifica... senza di me le prime sarebbero sole. 

Vi racconto il mio Rimini Challenge: il sabato c’è lo sprint, il giorno prima della gara è importante, quindi, venerdì sera piadine e birra! La mattina si va in zona cambio per lasciare la bici, dalla quale ho tolto tutto ciò che fa peso; io sono la peggiore, all’ultimo mi rendo conto che c’è ancora la catena sotto la sella, vabbè. In spiaggia siamo tante, le donne partono sempre per prime. È bella la preparazione, mentre indosso la muta parlo con le altre: sono tutte acciaccate, tutte senza allenamento, tutte alla prima o seconda gara... bugiarde, o forse scaramantiche, ma la gara è ormai lì, nell’attimo in cui danno lo start, in quel pizzico di adrenalina che sale su per il collo. Qualcuna è veramente alla sua prima gara, e quelle sono le mie preferite: mi piace darle sicurezza, le invito a mettersi in scia con me in acqua. Un minuto di silenzio... tutte concentrate, occhialini, cuffia, la cordicella della muta... dov’è? Ah, è nel collo, e mentre penso... pèèè! Viaaaaaa! Magnifico, una tonnara di donne!
La frazione di bici molto comoda, come anche quella di corsa, il tutto sotto un sole splendido.
Dopo la gara, mentre beviamo la meritata birretta, il responsabile dei paratriatleti (Neil MacLeod, nda) ci chiede aiuto per mettere gli atleti disabili in acqua. Che emozione. Ecco, questa è una gara davvero dura per chi non ha una gamba, un braccio o forse, peggio, è cieco. Che donne e che uomini, fortissimi (alcuni di loro andranno alle Paraolimpiadi), aiutarli è un privilegio. A me tocca portare le stampelle in acqua a Gianni Sasso e dopo andare in zona cambio a togliere la muta ad Antonello.
Sono in acqua, lo vedo arrivare, non sembra che non abbia una gamba, è veloce. Aspetto il momento giusto per aiutarlo e quando prende le stampelle e si alza dall’acqua, dannazione ora vedo la fatica, lo sforzo, l’acqua che prima lo aiutava a scivolare ora gli fa peso per uscire... Dai Gianni! Le stampelle affondano nella sabbia e l’unico piede fa di tutto per mantenere l’equilibrio; lo guardo, sono vicina a lui pronta a prenderlo se cade... ma lui è un guerriero e va! Resto a guardare la fine della gara, non mi voglio perdere la gioia di vederli finisher.

SMArathon

Bene, il giorno dopo ho un’altra gara: sono in staffetta, a me toccano i 90 km di bici. Parto completamente inconsapevole, mi do maledettamente sui primi 45 km, tutti controvento, e vivo l’illusione di andare bene ma, a metà percorso, bam! Il muro. Dai Anto, sei a metà strada e da ora in poi è tutta discesa... E invece non è così. Al 72° mi vogliono caricare la bici per l’ultimo strappo, ma no, non voglio, devo farcela. La staffetta è per la Onlus che sostengo, ce la devo fare. Ogni piccolo dislivello è una tortura, comincio a piangere e a ridere allo stesso tempo, soffro ma sono felice. Finalmente entro in città, e quelli che stanno facendo la frazione di corsa mi incitano per incoraggiarmi. La fatica e le lacrime sono sconfitte dal mio sorriso, arrivo in zona cambio, poso la bici, il casco e passo il chip alla mia amica. Le dico che mi dispiace, ci ho messo una vita.
Lei mi guarda e mi dice: «La portiamo a termine, abbiamo già vinto solo per il fatto di farla per SMArathon». La aspetto all’arrivo e tagliamo il traguardo tutti insieme, con i suoi bambini. Non so se riesco a passarvi le mie emozioni... lo spero. Il Challenge mi è rimasto nel cuore e… nelle gambe. Fare le gare è bello, io le vivo come un gioco, una sfida con me stessa e un gesto di solidarietà per chi è meno fortunato di me.

Reginella (Aurora Triathlon)

 

Questa bella ragazza dagli occhi di luce è stata, insieme a me e a Dario Nardone, la presentatrice del Gala del triathlon.

In conseguenza di un brutto incidente, nel 2009 diventa paraplegica, ma la reazione di lei è forte: scopre, attraverso lo sport, un nuovo modo di vivere. «Sì, la mia nuova vita, quella che io chiamo la mia seconda possibilità».

Cioè?

Dopo una lunga degenza in un centro di neuro riabilitazione incentrata sul gesto sportivo come mezzo per la reintegrazione sociale, sono venuta a conoscenza e ho potuto provare quasi tutti gli sport per disabili, dal ping pong alla scherma, passando per il nuoto, l’handbike, il tennis e la wheelchair, insomma sono stata catapultata in un mondo nuovo, un mondo ai più sconosciuto ma fatto di gente che non si arrende, che va oltre i limiti, per me un mondo fatto di eroi. Proprio grazie al loro esempio sono riuscita a fare della mia disabilità un punto di forza, e ho deciso di affrontare tutte le nuove sfide che la vita mi metteva davanti: ho iniziato a fare paracadutismo perché ricercavo l’adrenalina, ho partecipato a un progetto di sperimentazione con un esoscheletro “Rewalk” e ho portato a casa nel giro di un anno e mezzo un record mondiale, in mezzo ci ho infilato delle sfilate di moda per la fondazione Vertical, insomma avevo voglia di spingermi sempre un po’ oltre e poi, finalmente, è arrivato il triathlon. Grazie al Progetto Triuno, che nasce da un’idea di Marco Bardella e Antonella Giusti, ho trovato grandi amici, perché il triathlon per me è anche questo: persone con una passione in comune che si supportano a vicenda, insomma ho trovato quell’adrenalina che cercavo, quella che mista a paura senti prima di iniziare una gara, quell’adrenalina che ti fa arrivare al traguardo anche se senti che le forze ti stanno lasciando.

Come ti definisci?

Sono solo una persona normale, con molta voglia di vivere e che non smette di sognare.

Più emozionata sul palco o alla partenza della tua prima gara?

Sicuramente più emozionata sul palco, e credo si sia visto. In gara c’è concentrazione, una preparazione non indifferente, tutto questo dà sicurezza. Sul palco invece… beh, lì è improvvisazione, può venir fuori la domanda insidiosa o la situazione difficile da gestire.

Progetti futuri?

Voglio impegnarmi, questo è certo, però non mi esprimo su progetti e obiettivi, questi saranno la conseguenza dell’impegno profuso. E poi, come disse Picasso, “L’ispirazione esiste, ma ci deve trovare già all’opera”.

(Tratto da Triathlete n. 216 - Marzo 2015)