FIRENZE, 30/11/14, la mia prima maratona.


Della prima maratona ricorderò la pesantezza degli allenamenti e la leggerezza delle soddisfazioni, la costanza nel portarli avanti e il rigore per concluderli, l’incredulità e la fierezza nel vedere sul cronometro “30 km”, l’agitazione all’avvicinarsi di quel giorno, anzi, “Del Giorno”; la paura di inciampare, di farsi male e rendere tutto quell’impegno vano...
E poi sabato, giorno della partenza, destinazione Firenze, è arrivato. Incredibile, domani la maratona. Sarà il giorno della scoperta, della verifica, della rivalsa, della rinascita da condividere con le persone che hanno faticato e gioito per mesi con me, tutti con uno scopo comune, tutti per arrivare lì insieme. Non esiste più niente, solo noi e il viaggio lungo 42 km che sta per iniziare. Siamo in griglia. Ci speravo ma non ci credevo. Sono con i miei amici, i nostri sguardi s’incrociano, siamo sul punto di arrivo di un lungo cammino insieme. Lo start. Siamo travolti dai corridori più competitivi, calci nelle caviglie, gomitate, insulti vari. Cerco solo di non cadere, non adesso, devo passare indenne attraverso tutti i pericoli fisici e psicologici finché non ho finito di correre. Della prima maratona ricorderò i chilometri percorsi insieme, in gruppo proprio come in allenamento, con i passi scanditi all’unisono; la tristezza nel rendermi conto che a un certo momento il ritmo cambia: c’è chi rimane indietro e chi va avanti; in tutti, però, il desiderio di ritrovarsi alla fine del viaggio. Della prima maratona ricorderò l’immensa gioia e l’infinito bene che mi ha fatto vedere lungo il percorso, puntuale ogni 10 km, un grande amico che ci incitava con tutto il fiato che aveva in gola e con l’entusiasmo di chi è totalmente coinvolto. Siamo quasi alla fine del viaggio, ma ancora mi tengo. La mia amica Stefania mi rassicura: «Sandrine, mancano solo 2 km, cosa vuoi che ci succeda ormai?». Il buco nero nel quale mi ero buttata comincia a illuminarsi. Diamo fondo alle nostre forze, adesso deve finire. Arco di arrivo. Stè prende la mia mano, facciamo l’aereoplanino, speriamo che ci facciano belle foto. Cadiamo nelle braccia l’una dell’altra, un fiume di lacrime e di emozione... Di questa mia prima maratona ricorderò la gioia infinita dell’arrivo e l’infinita tristezza quando sembrava che alcuni nostri compagni di allenamento fossero rimasti indietro e che, anzi, avessero abbandonato; poi di nuovo gioia nel vedere che, invece, tutti siamo arrivati, il gruppo di nuovo unito, tutti insieme a festeggiare.
L’obiettivo che pensavo irraggiungibile è stato conquistato. Si leggono tante frasi lungo il percorso della maratona, ma questa è quella che rimarrà di più nella mia memoria: “Non voglio essere normale, preferisco essere felice”. (Nda: Prossimo obiettivo un triathlon?).

 


Eccoci, sembrava lontanissimo eppure è arrivato, è già passato un anno da quando mi sono iscritto. Ormai quello che è fatto è fatto, allenamenti, sensazioni, preparazione bike viaggiano con me e Simona sul camper che ci sta portando a Klagenfurt. All’arrivo ci sistemiamo nel bellissimo e funzionale campeggio in riva al lago, a 100 m da dove partirà la frazione nuoto. Ad aspettarci c’è il nostro compagno, mio omonimo e quasi coetaneo, Marco Pappadà. L’aria che si respira è quella dei grandi eventi e l’organizzazione è degna di una tappa del Tour de France, se non migliore.

Magia dei numeri  

Ritiro il pettorale e Simona nota un intreccio misterioso tra numero di gara, numero di piazzola e date di nascita, aggiungendo poi che il giorno della gara sarà il nostro anniversario di matrimonio! Questo mio primo IM si carica di significati che vanno oltre la gara.
Nel campeggio si aggirano personaggi del calibro di Faris Al-Sultan e tanti altri campioni alle prese con i preparativi, vengono allestite delle vere officine per le ultime riparazioni volanti. In un lampo arriva la sera prima della gara che ricorda un po’ tutte le notti prima di esami importanti. Subito dopo cena inizia il coprifuoco, già alle 21 circa spariscono tutti e anche la band che di solito fa musica dal vivo decide di essere caritatevole e rimane in silenzio.
Alle 4 di mattina inizia il concerto delle sveglie, partono la serie di operazioni che portano alla partenza in un attimo. Io e Marco ci infiliamo la muta già in campeggio e attraversiamo la strada per raggiungere la spiaggia da dove partiremo alle 7 in punto. Qui anche se tutti fanno finta di niente la tensione che si percepisce è alle stelle.

Finalmente il via

Sembriamo migliaia di spermatozoi impazziti che devono raggiungere la loro meta, di botte se ne prendono ma meno di quello che pensavo, ho visto però gente nuotare solo a rana e alcuni addirittura a dorso. Io nonostante i timori iniziali riesco a nuotare rilassato al mio passo, sempre in scia di qualcuno e quando imbocco il canale riesco addirittura ad aumentare leggermente l’andatura. Speravo in una lieve corrente del canale che spinge e invece niente sconti.

Esco dall’acqua e, sembra impossibile, ma dietro di me ci sono ancora un migliaio di persone. Il percorso per arrivare all’area cambio è molto lungo, con la coda dell’occhio vedo Simona in mezzo alla folla che mi carica parecchio, nel tendone litigo con il top che non vuole infilarsi sul corpo bagnato e mi fa perdere parecchio tempo.
Finalmente inizia la frazione bike e qui mi sento “a casa”, mi impongo di non strafare, specialmente appena partito. Riesco anche a guardarmi un po’ in giro, il posto è molto bello. Per tutti i 180 km della frazione sorpasso, leggo i pettorali e mi rendo conto di quante nazionalità ci siano, addirittura dal Giappone e dalla Malesia per non parlare di australiani, canadesi, russi, israeliani ecc.
Le salite vere sono poche e corte, anche se in alcuni tratti abbastanza dure, e poi una serie infinita di falsipiani, oggi ci si mette anche il vento e qualche temporale che fanno rallentare un pochino l’andatura. Arrivo al giro di boa dove c’è un tifo veramente da stadio, vedo ancora Simona che mi incoraggia e ne ho bisogno perché mi aspettano ancora 90 km, con l’aggravante della pioggia.

Il tempo scorre 

Il tempo comunque scorre fluido e anche questa frazione finisce, sarò circa 850° nella bici, recuperato circa 1.100 posizioni rispetto al nuoto. Dopo una corsa interminabile spingendo la bici, mi infilo le scarpe e parto per l’ultimo sforzo, 42.195 m! Roba da niente… Dopo i primi 5/6 km capisco subito che difficilmente riuscirò a tenere il passo che mi ero prefissato. Dopo la mezza mi viene un dolore al ginocchio che mi costringe a ridurre ancora di più la velocità. Continuo a mangiare e bere coca cola a ogni punto di ristoro; a un certo punto lo stomaco non ne può più dei gel e riesco a mangiare solo banane e frutta varia. Per fortuna che c’è sempre Simona che mi sostiene. A 5 km dall’arrivo intravedo all’orizzonte la schiena di Marco, cerco di aumentare il passo, non tanto per superarlo ma perché sarebbe bellissimo tagliare il traguardo insieme dopo 11 ore di gara. Il ginocchio destro però non è d’accordo e mi fa capire che se voglio arrivare senza dover camminare devo fare come dice lui, quindi mi tocca rallentare di nuovo, pazienza.

Ultimo km 

A un certo punto è arrivato il cartello dell’ultimo km, che a me è sembrato non finisse mai, e nell’entrare nel viale delle tribune sono stato assalito da una valanga di emozioni incredibili.
E’ fatta!!! Obiettivo raggiunto, finito in modo dignitoso, senza camminare. Qui tutti quelli che arrivano vengono trattati come se fossero dei protagonisti, mi si avvicina uno che mi dice la mitica frase “Marco, you are an Ironman” e lo dice così bene che sembra impossibile che lo abbia già detto ad altri 1.100 triatleti prima di me.
Pensavo di arrivare strisciando, invece ho ancora abbastanza energie per correre al bancone delle birre dove mi scolo una media chiara che mi rimette in vita. Una ragazza mi mette addosso una coperta termica e poco più il la intravedo Marco Pappadà avvolto anche lui da una coperta, è arrivato da 5 minuti ma stenta a riprendersi. Sembriamo due profughi siriani, ma con la medaglia di finisher al collo. Poi vedo Simona e l’emozione tocca livelli altissimi, dedico a lei questa giornata di fatica e soddisfazioni. Pappadà invece sembra una di quelle donne che dopo un parto doloroso maledicono tutti quelli che stanno intorno. Io so comunque che il virus ha contagiato anche lui, è solo una questione di tempo per metabolizzare.

In campeggio 

Al rientro in campeggio possiamo finalmente goderci il meritato e bellissimo dopo-gara, Simona mi dice una cosa che ogni triatleta vorrebbe sentirsi dire “E’ stata un’esperienza bellissima, dai, iscrivetevi ancora il prossimo anno!”. che dire? Cerco subito un notaio nel campeggio per redigere un atto ma mi devo accontentare della testimonianza di Marco e di sua moglie Grazia.

The day after

Il giorno dopo Klagenfurt è invasa da un esercito di walking dead men che si trascinano, alcuni zoppicando, altri con i piedi incerottati, la cerimonia di chiusura è la ciliegina che mancava per rendere questa esperienza indimenticabile, bello vedere il primo arrivato premiare l’ultimo, arrivato dopo 17 ore con il buio pesto sotto un diluvio torrenziale. lasciamo Klagenfurt con la consapevolezza che ci torneremo di sicuro, adesso è ora di pensare a nuove mete e a nuove sfide.

 

Domenica, giugno, Klagenfurt (Austria).

Ho trascorso un inverno/primavera non esaltanti dal punto di vista fisico, dopo tanti anni di onorata militanza. Inoltre, provo anche ansia dovuta al fatto di rimettermi in gioco dopo anni, anche se la partecipazione al 70.3 di Rimini a maggio mi ha un po’ rassicurato.

Eccoci sulla start line

Alle 7 sono allo start sulla spiaggia del lago con Amedeo e altri 3.000 concorrenti circa; la giornata è serena e, anche se prevedono pioggia per la sera, tutto fa pensare a una bella e gioiosa festa di sport. Un good luck a chi è vicino e si parte! Gli occhialini sono un po’ appannati, sbaglio la traiettoria e il giudice sulla canoa mi urla di spostarmi al centro, finalmente mi inserisco nel famoso canale e nuoto per gli ultimi 800 m tra gli incitamenti e il sostegno del pubblico ai lati sui prati. Poco più di 1:20’ sono già nel tendone a cambiarmi insieme agli altri: chi si mette body ultimo modello, chi si mangia barrette, chi si spalma crema solare protettiva. Io opto per il collaudato completo Frecce bianche. Monto in sella e inizio la frazione per me più impegnativa e ostica: 180 km (182 per la precisione) in bici. Per 30 km siamo sul lungo lago, qualcuno cerca la scia ma i giudici col cartellino in mano scoraggiano gli scorretti. Tra un po’ comincerà la prima salita e mi conviene sgranocchiare qualcosa di solido; bene, sto andando ai 35 kmh, fin troppo veloce per i miei standard, meglio rallentare e godermi la vista del paesaggio. Che quiete, che tranquillità e quanto tifo nei paesini che attraversiamo ma anche… che nuvole scure in cima dove ci stiamo dirigendo! Dopo pochi km il primo violento e breve scroscio d’acqua ci da il benvenuto in Carinzia. L'acqua copiosa che mi oscura gli occhiali dà il via ai flash back del mio film.

Flash back

Agosto 2010, ho compiuto 40 anni, dopo molte corse podistiche, qualche duathlon e triathlon anche su distanza lunga penso di essere pronto per un Ironman. La scelta è caduta su Zurigo. Fa freddo e non smette mai di piovere. Esco dall’acqua e cerco la mia borsa, è già aperta. Qualcuno deve averla scambiata per la sua. L’abbigliamento è completamente zuppo. Pazienza, si parte lo stesso. Dopo pochi km foro, provo con la bomboletta a gonfiare ma è più la schiuma che mi rimane in mano che quella che va nella camera d’aria. Cambiare per me è sempre stato un problema, o meglio, se son a casa tranquillo, riposato con birra e musica in sottofondo ci riesco ma provate voi sotto il diluvio e le mani intirizzite! Fortunatamente smette di piovere, mi riprendo e anzi aumento il ritmo. Ecco la salita più tosta, breve ma violenta; per fortuna c’è il tifo, la musica a palla, uno speaker che incoraggia e gli incitamenti multilingue con tante scritte sull’asfalto. Altro scroscio d’acqua, nel secondo giro mi ritrovo anche folate di vento laterali e gli scrosci si fan più frequenti. Iniziano a farmi male un piede e la schiena, ormai diventata gobba ma per fortuna son quasi arrivato. Il percorso non era poi così veloce come dicevano, nella corsa spero di recuperare e poi è quasi fatta. Lassù qualcuno che fa il tifo per me mi avrà raccomandato al “Principale”: non ho forato, non son caduto e sta uscendo pure il sole. Sì, però questo sole comincia a picchiare un po’ troppo e l’umidità dà fastidio, certo non ai livelli dell’IM di Nizza, quando dovevamo affrontare 4 giri da 10 km sulla Promenade des Anglais. Ricordo ancora il ciabattare su quell'asfalto tra l’appicicaticcio dei gel gettati vicino ai ristori e il profumo di pizza e fritture che saliva dalla spiaggia.

Oggi

Oggi la condotta di gara sarà sempre la stessa: correre da un ristoro all’altro per 5 km, bere coca, acqua, succhiare arance e ripartire. Incrocio e incito Ame e Nicola, quasi alla fine della loro fatica, all’uscita di Klag al 10° km mi avvicino a Enrico, lo incito a seguirmi ma è in crisi. Ora le gambe girano anche perché sono all’ombra del parco. Ecco che sento in lontananza la musica e il famoso tormentone: "You are an Ironman"… peccato che è per gli altri, devo ancora fare il 2° giro, più di 20 km! Un mix di stanchezza, rilassatezza mentale mi pervade, inizio a camminare già prima del ristoro. “Hop, hop” mi gridano, ma non ho più forze, non ho più voglia di soffrire. Un bimbo che avrà 5-6 anni, con maglietta dello staff che gli arriva alle ginocchia, mi guarda con tenerezza e mi porge con orgoglio un bicchierino d'acqua urlandomi “Go, Go, Go!”; riprendo a correre solo per lui ma, girata la curva, ricomincio a camminare. Ormai è un alternare sempre più frequente di corsa-camminata. Finalmente fa più fresco, ripasso dal centro di Klag e mi mancano solo 3 km. Riacquisto energia, riprendo a correre e a supero una lunga fila. "SSSSuper", mi dice un signore, stavolta la freccia del cartello indica “Arrivo”, non 2°giro! Eccomi sul rettilineo finale, sulla famosa moquette griffata IM azzurra. Mi volto, non ho nessuno dietro, intravedo lo speaker, sposto il pettorale per fargli leggere il nome… Dai, cosa aspetti a dirlo! Forza… “Paolo, you are an I-RON-MAN!”, finalmente glielo sento pronunciare, gli do il 5. Riesco a fare il saltello e toccare il display col tempo. Il tempo, già, ma chissenefrega del tempo (quasi 2 ore oltre il mio record). La miss mi mette al collo la medaglia di finisher e mi sorride "congratulations": missione compiuta!

In conclusione

Ci sarebbe tanto da dire sull’evoluzione di questo sport, sul lato commerciale, spettacolare, retorico e patinato di tutto il prodotto. Penso di essere abbastanza smaliziato per capire quanto c'è di costruito e di genuino, dopo tanti anni di gare.

Una cosa è certa, comunque: stare in azione per 11 e più ore (parlo per me) richiede un notevole sforzo, forse più mentale che fisico, e qui esce la vera mentalità e la filosofia dell’“uomo d’acciaio”: non arrendersi mai se le cose vanno male, provarci sempre perché le crisi vanno e vengono per tutti. Ognuno è in lotta con se stesso, ci si deve mettere in gioco e crederci sempre; non occorre avere un fisico palestrato, una bici da 7.000 euro e seguire tabelle stakanoviste.

Quando sono tornato a prendere la bici sotto il diluvio, vedevo arrivare al buio altri concorrenti, i soliti giapponesini onnipresenti, alcuni pimpanti, altri barcollanti. Chissà quante crisi e inconvenienti avranno dovuto superare, e quanti problemi e storie personali avranno dovuto affrontare per arrivare fino a lì. Anche per loro, di lì a poco, sarebbe stata scandita la famosa frase. Prima però, mi auguravo per loro che avessero incontrato quel bimbo con la maglietta alle ginocchia e il suo bicchierino, lontano dai riflettori, dai fotografi, e sentire il suo “Go, Go, Go!”.

 

 

Dopo i primi esordi sulle distanze corte (v. articolo pubblicato su nov/dic 2012 “Trovare la propria strada”), e sempre più affamato delle emozioni che questa disciplina può dare, senza badare a sacrifici e sforzi, ho “alzato l’asta” partecipando all’IronMan 70.3 Italy.

Questo sogno parte da molto lontano, forse da sempre ho desiderato, dentro di me, di partecipare a un evento simile. Sulla spiaggia di Pescara, appena arrivo vedo la mitica M rossa col pallino troneggiare sopra l’arco dell’arrivo, e io non riesco a credere di esserci finalmente, di essere in mezzo ai “marziani”… Mi sento minuscolo, ma lentamente questo faticoso sogno si materializza e mi sento sempre più di farne parte quando indosso il bracciale ufficiale: sono in mezzo allo show, sono co-protagonista insieme a oltre 2.000 atleti di tutto il mondo, pronti, finalmente, all’ultima lunga fatica. Contesto spettacolare: adrenalina a mille fin dagli inizio del week end abruzzese, con tutta la città pronta a caricarci. In men che non si dica arriva domenica mattina: cuffia gialla, muta allacciata, occhiatacce alle onde del mare che spazzano la superficie e tutti noi in fibrillazione sulla spiaggia.
Ho  provato a isolarmi nel pre-gara tentando una sorta di yoga con esercizi di respirazione, ma il count-down è già iniziato, lo speaker ci sprona e io non posso non essere pronto a scattare in avanti e a tuffarmi insieme ai miei compagni di avventura!
Letteralmente urlando allo start, parto come un caccia tra le onde del mare, che non sono dolci per niente, anzi, ci respingono indietro a ogni bracciata, a ogni tentativo di raggiungere la boa, ma, un po’ gladiatore e un po’ point break (al limite, nda), riesco a sbucare tra le onde e a ultimare la 1^ frazione. Mi addentro poi sui colli, sempre costantemente accompagnato da un vento terribile che negli ultimi 15 km ho dritto sulla fronte; la mezza maratona che segue è ricca di pathos, con la gente che applaude e incita incessantemente, consci che proprio non ne posso più.
Io voglio solo baciare mia moglie al traguardo e stringerla più forte che posso, con la mente che vola a tutti gli allenamenti fatti con qualunque clima - nebbia, pioggia, sole, neve - e finalmente, tra un pensiero e l’altro, eccomi sul tappeto rosso, l’ultimo mitico corridoio, che si incunea tra la folla in delirio come se fossi una star, attimi e scene che fino a questo momento avevo visto, non so quante volte, sui video di youtube (chissà quanti lettori han fatto il mio stesso sogno e ora stanno sorridendo leggendo queste mie parole!).
Ed eccolo il grido dello speaker: “Luca you are a finisher!”. Sono esausto ma più forte e ricco grazie a tutte queste emozioni, tutti i sacrifici non sono stati vani. Non importa se non ho realizzato il tempo che mi ero prefissato: per me, come credo per tanti altri “colleghi”, nei momenti del nuoto-pedalo-corro c’è qualcosa che non si vede ma che si percepisce solo con il cuore, intimamente.
E poi, fino alla fine, non ho mai camminato!

Tratto da Triathlete n. 215 di Gennaio – Febbraio 2015 in edicola o in abbonamento

http://www.storesportivi.it/articoli/38/triathlete.html