Riccardo, le sue fatiche e le sue gioie

E' quando passi sotto quell’arco, quando calpesti quella linea, insomma quando giungi a quel tanto anelato traguardo che capisci che tutto ha un senso. È proprio lì che ti sembra di vivere in un sogno, la favola di quel momento diventa pura realtà e tutto intorno diventa magico. Fino a ora hanno vinto il cuore e la mente, ho resistito, ma ora spingo le gambe per questi ultimi metri; le mie scarpette ora calpestano un tappettino rosso e nero, al braccio quattro anelli colorati, intorno a me applausi e acclamazioni. Ora rallento, quasi mi fermo, la mente ritorna lucida dopo l’alienazione della corsa: uno sguardo al cielo, un’emozione troppo forte da gestire e qualche lacrima mi portano a passare là sotto. Ed eccomi dall’altra parte della finsih line.

Il mio momento

E questo è il mio momento, tutto per me, conquistato a denti stretti: è propio quello che aspettavo e che temevo da tempo. Tutte le ansie, le paure, le gioie e i dolori di questa vita spazzate via in un lampo. La mente si racchiude in se stessa, un sorriso e una gioia immensa si imprimono sul mio volto provato: ora le lacrime escono in modo copioso, le lascio andare, non voglio trattenerle, le lascio andare a morire nel posto che più meritano: il cuore. Mi guardo intorno, vedo tanti come me che stanno godendo il loro momento; quante emozioni e gioie si condividono in questo istante. Fisicamente distrutti e svuotati, ma mentalmente euforici e consapevoli dell’impresa.

Questo è il triathlon

Perché questo è il triathlon. Tutte quelle vasche in piscina, a seguir proÈ grammi di allenamento diabolici, ore passate in sella alla mia bici, le ripetute, i lunghi, i fondo medio e veloce, le salite e i programmi dei nostri mitici coach. Sudore, fatiche, dolori e ansie. Tutto questo condiviso insieme a un gruppo di persone che sono più di semplici compagni di allenamento. Ecco, questo è il triathlon: condividere le sofferenze degli allenamenti, incitarsi e farsi forza a vicenda, per poi arrivare qui, soli con le proprie forze, ma con le energie di tutti, a godersi il proprio momento; ognuno con la sua storia e le sue motivazioni, ognuno con un’emozione forte da controllare, ognuno che in quel momento vale molto più di uno.

Alla fine

Alla fine, la cerimonia e la chiusura dell’avventura. Di nuovo tutti insieme a condividere i racconti di questa esperienza, di questa gioia e sofferenza atroce. C’è chi vince la slot per il Campionato mondiale 70.3 a Zell-Am-See- Kaprun, chi semplicemente ce la fa a traguardare la finish line. E poi ci sono io, al mio esordio sulla distanza, sul lettino dell’ospedaletto medico di campo con una flebo nel braccio, a pensare alla magnificenza di questo sport e a confermarmi che ciò che mi dà la triplice, difficilmente lo porei trovare altrove.

Grazie

Grazie a Juro, Christian, Valentina, Valeria e Mary per la compagnia in questa avventura fantastica che rimarrà indelebilmente impressa nella mia memoria e grazie a tutti i miei compagni del Tri Team Ticino.

Sono Mario Binda, un quarantunenne di Cattolica. Queste le mie emozioni

Austria, ore 3.40 la sveglia. La mia colazione è già pronta: pasta kamut, piselli, grana e olio. Mangio e porto fuori Brando, il mio staffy. Anche lui dovrà superare una grande prova: almeno 16 ore senza essere portato fuori. Mi vesto, rileggo per l’ennesima volta l’elenco delle cose da non dimenticare, prendo la borsa e parto per il bike park. L’aria è elettrica ma tutto sommato sono sereno e, messa la muta, vado verso la partenza del nuoto. Regolare, bracciate lenti e costanti, cerco di rilassarmi e di sprecare il meno possibile. La prima boa non arriva mai ma non ho paura, di tutte le gare, non so perché, questa è la prima volta che sono sicuro di uscire. Ultimo km, nel canale finale; troppa calca, tutti attaccati, volano bracciate e pedate, donne e uomini non conta nulla, ognuno cerca di conquistare il proprio spazio… e finalmente finisco la prima frazione. Procedo camminando e vado verso il mio “cavallo”. “Ora siete a casa mia”, mi ripeto nella mente e parto a tutta, mai sotto i 37 km/h, sui falsipiani anche 45 e in discesa ho toccato i 65. Vado forte. La gente è in festa, tantissime persone urlano il mio nome, incredibile! Chiudo il primo giro di 90 km e nel secondo calo un po’ di tono per preservarmi per la maratona. Scendo dalla bici con gambe doloranti ma so che sono dolori che passano dopo poco.

Keep calm

Mi cambio con molta calma, ci metto 10’, parto, e vorrei correre a 6’ al km ma il mio Garmin mi avvisa che sono sui 5’30”... le gambe vanno da sole. La mia paura è che mi vengano i crampi. Rallento. Non ho crisi, mai, la fatica rimane più o meno costante. Dopo 16 km vedo i miei amici, Loris e Marco, in piazza, e mi danno una bella iniezione di fiducia. Mi urlano «forza» e io «Non mollo nemmeno se mi sparano!». E sarà così... que- A sta finish line l’ho sognata per tanto tempo, nonostante i tanti infortuni che hanno rallentato la preparazione, e il lavoro e la famiglia da portare avanti. Il gioco è stato davvero duro. Però ho due cose: resistenza e tanta tanta grinta, le armi giuste. Proseguo al mio ritmo, calo un pochino; alcuni si fermano, altri camminano, altri ancora vomitano, il pubblico incita. Per me ormai non esiste più nessuno, io questa corsa la devo finire, nessuno potrà fermarmi. Sogno a occhi aperti il cartello dei 40. Eccolo! Procedo, curve e controcurve, sento lo speaker che urla vari nomi, imbocco il passaggio con le transenne e do il 5 a tutti, sono in adrenalina pura. Giro e finalmente arrivo alle tribune gremite e al mitico tappeto rosso! Salto, urlo e vedo Loris e Marco che sono contenti e commossi quanto me... brividi! La ragazza è pronta con la medaglia e inizia a dire «Mario, you are...», ma io l’abbraccio e la stringo così forte che non riesce nemmeno a finire la frase. Gioia immensa, pensavo sarebbe stato magnifico, ma non così tanto. Traguardata la linea dell’arrivo, da energia pura mi sono ritrovato steso per terra senza più nulla da dare, finito. Ho impegnato tutto di me, è stato un risultato fantastico, un viaggio verso questa meta lungo 6 mesi e pieno di emozioni, stati d’animo diversi e contrastanti. Se si è motivati, si può riuscire in ogni cosa ma... bisogna andarsela a prendere da soli.
P.s.: Anche Brando è riuscito nella sua… impresa. Grande!

Che Dire?

È stata un’esperienza fantastica. Vivo a Pescara, e vedere la città che i giorni prima si riempie di atleti, maglie con scritte in lingua straniera, bici con le ruote ad alto profilo, facce da Nord Europa è sempre una bella sensazione per uno sportivo. Arrivo alla gara non proprio al top, avendo già gareggiato con soddisfazione a Cannes, ma non potevo mancare: le ho fatte tutte e questa 5ª verrà ricordata come la più difficile per il gran caldo. Lo si comincia a soffrire fin da subito, una volta indossata la muta, per poi aspettare sotto al sole... e poi correre fino alla zona cambio, e pedalare poi con un phon sparato in faccia, sempre più caldo man mano che ci si spinge verso l’interno. Capisco subito che se mi faccio prendere la mano e forzo, non riuscirò a portarla a termine. Ok, ritmo costante e tranquillo e ogni 5’ mi idrato. Sul tracciato vedo di tutto: ambulanze su e giù per soccorrere atleti colti da malore o caduti... 150 persone in ospedale. D’improvviso, una forte raffica di vento laterale mi alza completamente da terra con tutte e due le ruote e mi ritrovo, non so come, sul ciglio della corsia opposta, volo a 90 all’ora. Non oso pensare a cosa sarebbe successo se fosse passato qualcuno in quel momento! Riduco al minimo i rischi, pazienza per la prestazione; in discesa non vado più di 30 km/h... una vergogna, proprio nella mia frazione preferita... ma il lunedì si lavora, è giorno di scadenza fiscale, devo stare in ufficio e non in ospedale... Nonostante tutto, chiudo la seconda frazione con un buon 3:5’. Avevo una buona gamba e tanta voglia di far bene nella prova a me più congeniale, la bici, la mia. In T2 doccia con due borracce rovesciate sulla testa. So cosa mi aspetta nella frazione run. E, infatti, è stato un vero e proprio incubo. Ma c’è anche l’altra faccia della medaglia: Piazza Salotto è gremita di gente, amici, curiosi, sportivi, appassionati che incitano e danno una bella carica. Cosa chiedere di più?

E allora via, le gambe sono buone

Sento il mio nome ovunque e riconosco la voce di tutti, anche se non riesco a vederli so che ci sono e resto concentrato. Mentre corro, penso a Sebastian Kienle, quando ha vinto a Kona, con un caldo ben più asfissiante di questo. È fantastico il giro di boa sulla riviera: quanta gente, bella gente, mi diverto un mondo anche se sto facendo una gran fatica. Al 13° km crollo, non ne ho più e vado solo con la testa e l’esperienza. Incontro l’amico Fabio di Tieri, chiacchieriamo e corricchiamo un po’ insieme, incrocio una ragazza che ha un problema alla caviglia e decide di farsi la mezza maratona a piedi nudi, come ha fatto a finirla? Incrocio Paola, Graziano e Christian che spingono una ragazza diversamente abile su una carrozzella. Respect!

Questo è il triathlon, signori

Uno sport meraviglioso, che accomuna tanti appassionati in una triplice disciplina, fatica sì, tanta, ma anche amici, divertimento e un impegno costante per affrontare una gara del genere. 

 

Rimini 

Guardo il mare dalla finestra del mio albergo e sono molto preoccupato per la gara di domani, penso: “Non sarà pericoloso per mio figlio Samuele affrontare la sua prima gara di sprint in queste condizioni meteo così avverse?”. Fortunatamente il giorno della gara il meteo in leggero miglioramento scaccia i miei dubbi e via, si parte! Affronto la mia fatica con immenso impegno e conseguo il consueto mediocre risultato cronometrico, ma poche centinaia di metri prima del traguardo sento Samu, che ha già terminato la sua gara da un pezzo, che mi grida: «Forza papà che ci sei!» e corre ad aspettarmi oltre il traguardo. La sua voce mi mette le ali ai piedi e brucio in un lampo i pochi metri rimasti.

Uniti

Al mio arrivo ci abbracciamo e molti ci chiedono se siamo padre e figlio, alcuni addirittura chiedono il permesso di fare una foto; sì, in effetti forse è strano che due generazioni differenti si incontrino così bene sul piano dello sport, ma questi sono i miracoli che una passione in comune può fare. È stata davvero bella la vittoria che io e mio figlio abbiamo conseguito insieme: quella di aver affrontato e finito una gara insieme, padre e figlio appunto. Questo mio arrivo mi ha fatto pensare a come il triathlon abbia azzerato la distanza generazionale e come ci abbia permesso di essere vicini, di essere più che mai in comunicazione, proprio per il fatto di essere sullo stesso campo di gara e di vita.

Dedica

Questo mio arrivo lo dedico a tutti i genitori che combattono la loro quotidiana battaglia educativa per fare il meglio per i propri figli, una battaglia che ha molti punti in comune con il triathlon in quanto, come per questo magnifico sport, anch’essa è fatta di sana fatica ma anche di traguardi raggiunti. Questo mio arrivo, inoltre, lo dedico a tutti i figli che combattono la loro personale battaglia per crescere. E crescere, si sa, è fatica, proprio come il triathlon... Ma crescere è anche tagliare il traguardo, pensando già alla prossima gara. Questo mio arrivo lo dedico alla fatica, piano di incontro e terreno comune di padri, figli, uomini... triatleti!

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