Quest’anno io e Claudio decidiamo di iniziare la stagione agonistica dal Triathlon di Milano. La gara dell’Idroscalo è stato il nostro battesimo, la nostra prima gara insieme, e per me, anni fa, l’esordio nella triplice, quando ancora era su distanza olimpica. L’organizzazione ha deciso, ormai già dall’anno scorso, di ridurla a distanza sprint. Tanti i ricordi legati a questa competizione e, così, ho provato tante emozioni nel scendere sullo stesso campo gara che mi aveva visto neofita anni fa.

Domenica 17 maggio

Un bel sole illumina e scalda il campo gara, nonostante un forte temporale si sia scaraventato sulla città di Milano la sera prima. Tanti i partecipanti: 750 uomini e 112 donne; cinque le batterie, una per le “quote rosa” e le restanti per gli uomini. Io e Claudio siamo inseriti nella prima maschile, dunque alle 11.30 abbiamo lo start! Verso le 11 iniziamo a prepararci e ci infiliamo la muta, anche se, vista la temperatura dell’acqua, 23°C, abbiamo rischiato di nuotare senza. Un po’ di riscaldamento e via, verso il punto di partenza.

Com’è andata

Si parte da dentro l’acqua, il percorso è molto semplice, con una sola curva a destra. Appena fuori, abbiamo corso circa 800 m per arrivare al nostro tandem e iniziare i tre giri della frazione in bici, che ha un percorso completamente piatto e chiuso al traffico, dove si può pedalare bene e senza pericoli. Siamo così riusciti a tenere una media molto alta, sopra i 45 km/h. L’ultima frazione a piedi, corsa completamente all’interno del parco dell’Idroscalo in un giro unico, è sì molto veloce ma, purtroppo, per le mie problematiche visive, ho avuto diverse difficoltà: un terreno molto dissestato per tutto il percorso e, soprattutto, l’ultimo chilometro completamente sterrato mi ha creato molti problemi di appoggio, costringendoci così a rallentare l’andatura.

Che dire?

Nel complesso, comunque, una gran bella giornata di sport, con una gara bella, ben organizzata e ben presidiata sia sul percorso bici sia su quello a piedi, con tanti spettatori a incoraggiarci. Il bel sole a coronamento di tutto

IRONMAN di Vichy, Francia, 31 agosto 2014.

Nel cuore della Francia si trova la città di Vichy. Non tutti sanno che è una delle capitali europee dello sport che pratico con tanta passione: il triathlon. Lì si è svolta una gara Challenge triathlon e, insieme a migliaia di atleti di tutto il mondo, c’ero anch’io, ed è lì che ho corso il mio primo Ironman. Crono 14:20’.
Riguardo la prima prova, sono uscito dall’acqua terz’ultimo, soffrendo per via di una frattura alla clavicola procuratami in un incidente in bici proprio pochi mesi prima. Il secondo ostacolo sono stati i 180 km di bici, ma sono riuscito a tenere una media di 30 all’ora. Terza e ultima prova: la maratona. Ho corso i primi 25 km, tuttavia poi, per l’affaticamento, ho rallentato la corsa con fermate più lunghe ai ristori. È stato uno sforzo quasi sovraumano, ma è con gioia e col cuore pieno di orgoglio che mi dico di essere un finisher, un uomo dalla volontà di ferro, un Ironman.

Il traguardo raggiunto

Il traguardo raggiunto, però, si ottiene con tanto sforzo e allenamento quotidiano: sono diversi anni che pratico il triathlon, anche nei vari campionati italiani. A ottobre 2013 ho iniziato ad aumentare le distanze per allenarmi specificatamente per la gara di Vichy: migliaia di km mi aspettavano da percorrere a nuoto, in bici, a piedi. Gli allenamenti si sono interrotti per un periodo di 40 giorni, a seguito di una caduta in bici, l’incidente di cui ho detto prima, ma ho ripreso da dove avevo lasciato, raddoppiando l’impegno e l’intensità.

Piacere della vita

Tutto ciò non è stato solo uno sforzo ma anche un piacere della vita. Ho cominciato ad amare la corsa, il nuoto e la bici come mai prima: correndo per le capitali europee, nuotando coi delfini, pedalando sotto la neve. Se dovessi dire quale sia stato uno dei momenti più belli della mia esperienza da triatleta sceglierei senz’altro quello vissuto durante una gara di triathlon sprint: i miei figli erano ad aspettarmi all’arrivo e tagliai il traguardo con mia figlia per mano. Un caro saluto a tutti.
Firmato: Paolo Andriollo, un Ironman?

Allenamento

San Baronto, ore 7.40, domenica mattina d’agosto. Oggi farà caldo, davanti a me le splendide colline e tanti km da fare. La strada è dritta tra campi coltivati, il sole proietta la mia ombra e io la inseguo. Sulla strada girano solo le ruote della mia bici.

Indecisione

Per due mesi sono rimasto a fissare la pagina dell’iscrizione. Per due mesi ho provato a cliccare quel pulsante… ma niente da fare. Proviamo, mi ripetevo, che sarà mai, così festeggio il mio ingresso negli “anta”.

La sfida

Ho iniziato a vedere i video della gara, a parlarne con gli amici, quando improvvisamente… È un po’ come quando con la fantasia ci si immagina di entrare nell’arena col toro: non ci si rende conto di cosa si fa fino a quando non si vedono gli occhi infuocati del toro. Fino a quando non ho schiacciato quel click. L’isola aveva lanciato la sua sfida.

Preparazione

Ripenso alle parole di un grande atleta e grande uomo, Pietro Mennea: «L’importante nello sport e nella vita è allenare la fatica, è provare, sbagliare e riprovare ancora. Non esistono uomini perfetti». Capisco ora il significato delle sue parole, dirette a chi decide di partecipare attivamente e pienamente alla vita, a chi prova a esserci, a crederci. Lo sport, il triathlon, deve essere anche questo.

L’attesa

I giorni prima della gara sono i peggiori. Cammino nella terra di nessuno, sono in sospensione in un limbo fatto di attesa lenta. Spero solo che “quel giorno” arrivi presto. Stop. Tensione e attesa si mescolano bene insieme. Devo solo aspettare. Attracco all’Elba, l’attesa lascia il posto alla tensione.

Il giorno prima

Rileggo ogni riga del regolamento, ripasso in sequenza i passaggi principali della gara, controllo bene l’attrezzatura. Domani saremo solo io, la bici e tutto ciò che scelgo di portare con me. Penso alla partenza, ci sarà l’alba. E allora drizzerò il corpo, guarderò lontano, la boa, e lascerò andare le energie. Finalmente.

La gara

Come ombre silenziose camminiamo nel buio verso la zona cambio. La notte è scivolata via, in qualche maniera. Lontano, la luce di un’abitazione sulla terra ferma in prospettiva è proprio sopra la boa di virata. È l’unico riferimento per avanzare nell’acqua. Ci stringiamo compatti nella zona di partenza. All’orizzonte l’alba inizia a illuminare il golfo di Marina di Campo. Un occhio al giudice di gara.

Via!

La gara corre via tra imprevisti, dolore e sorprese. Tanto sostegno da amici e, soprattutto, da Ilaria. Ricorderò sempre la gioia quando mi è arrivato il suo urlo di incitazione alla fine del primo giro in bici, che sorpresa! Un problema tecnico condiziona la gara e ritarda il crono finale. Finalmente il traguardo. È finita.

(Tratto da Triahlete n. 218 - Maggio 2015)

 

A Pescara emozioni impagabili

La gara, incastrando gli impegni di lavoro e famiglia, è stata preparata a partire dai lontani mesi invernali; allenamenti singoli, doppi, combinati e tripli, con la pioggia, al freddo e al buio, spesso all’alba, con la città ancora dormiente. L’ho vissuta un po’ come una sfida: contro vari acciacchi e imprevisti, contro me stesso, la fatica e a volte il dolore. Alla partenza della gara, mi sono tornati in mente tutti quei km, i sacrifici fatti e ho sentito solo che sarei andato avanti a ogni costo, fino al mio traguardo.

Tutto ha inizio

Arrivo alla partenza un’ora prima, tutti in acqua fino quasi agli scogli, da dove partiremo. E via! Musica a palla, speaker, caos, incitamenti. Poi, appena in acqua, il silenzio, in una dimensione tra cielo e mare. Sono completamente solo, io e il mio respiro, con il fondo che prima vedo e poi si allontana gradualmente, man mano che prendo il largo, in balia di qualcosa di infinitamente più grande di me, che mi ospita sì, ma alle sue regole. Nuoto regolare, in mezzo al gruppo, buona frequenza, leggero di gambe, mi serviranno dopo. Vedo uno che sta male, sguardo fisso nel vuoto, lo tirano su dalla barca di appoggio. Spero non sia nulla di grave, non posso fare nulla per lui e tiro dritto, con in mente i fotogrammi del suo salvataggio come flash scattati a bracciate alterne ogni volta che ho respirato da quel lato. Tocco terra, mi alzo nell’acqua bassa e corro verso la zona cambio, subito torno nel mondo reale, tra stuoie e gente che, dietro le transenne, incitano tutti. Salto sulla bici e, dopo una ventina di km, ecco le salite. Le affronto insieme ad altri e tutti arranchiamo un po’. Fuori dalle case c’è tanta gente che ci incita, per loro è uno spettacolo e per noi è ancora più bello! Nelle discese vado veloce, ma presto mi accorgo del pasticcio: sono cadute le borracce e, a 30 km dalla fine e con la mezza ancora da correre, i ristori sono finiti e la mia acqua pure. Ma si deve andare avanti.

Ecco la corsa

Solo 21 km e rotti alla fine! Inizio a correre, poco più di 4 giri nel cuore di Pescara. La fatica si fa sentire, ma giro dopo giro viaggio verso l’arrivo. Ancora una curva e arrivo sul tappeto rosso, quello d’onore. Taglio il traguardo, qualcuno mi mette la medaglia al collo, è finita! Sul tabellone digitale leggo il mio nome, la speaker al microfono urla “Paolo, sei un finisher!”.

Che dire?

Custodirò dentro di me tutte le emozioni vissute, impagabili, in attesa di riviverle ancora nel prossimo triathlon, uno sport duro e difficile ma straordinariamente coinvolgente. Ciao, al prossimo Ironman!

(Tratto da Triahlete n. 217 - Aprile 2015)

 

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